Come ogni anno, il 10 giugno ricorda una delle vicende più drammatiche della storia italiana contemporanea.
In quel giorno del 1924, da poco allontanatosi dalla propria abitazione romana, il deputato Giacomo Matteotti venne rapito da una squadra fascista. Il suo corpo venne ritrovato soltanto due mesi dopo, nelle campagne di Riano.
A oltre un secolo di distanza, il suo nome continua a rappresentare ben più di una sola vittima del fascismo: Matteotti è simbolo di politica, quella fondata sulla legalità, sul coraggio delle proprie convinzioni e sulla difesa delle istituzioni democratiche, anche (e soprattutto) nei momenti di maggiore isolamento.
Nato il 22 maggio 1885 a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, Matteotti crebbe in una famiglia benestante di proprietari terrieri.
Ciononostante, il contesto in cui si formò era quello di una delle aree più povere d’Italia, caratterizzata d’altronde da profonde disuguaglianze sociali e da una forte presenza del movimento socialista, tra braccianti e contadini.
Fu, con ogni probabilità, proprio questo contrasto tra privilegi familiari e miseria diffusa a influenzare così profondamente la sua sensibilità politica.
Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, intraprese studi di carattere penalistico. Pubblicò una tesi sulla recidiva, lasciando quindi fin da subito emergere un suo particolare interesse verso i problemi sociali.
Il diritto, per Matteotti, non fu mai soltanto una disciplina tecnica: si trattava anzitutto di uno strumento per comprendere e correggere le ingiustizie della società.
Nel 1916 sposò poi con rito civile Velia Titta, figura spesso e volentieri trascurata dalla memoria pubblica, ma fondamentale nella sua vita. Pur provenendo da un ambiente profondamente religioso e mantenendosi lontana dall’attività politica, diversamente dal marito, Velia condivise con lui gli anni più difficili e, dopo la sua morte, contribuì in modo assoluto alla conservazione della sua memoria.
Durante la Prima Guerra Mondiale Matteotti assunse una posizione pubblicamente antibellicista. Ciò gli costò un processo per disfattismo, il richiamo alle armi e il confino in Sicilia.
Tornato nel Polesine nel 1919, si dedicò all’attività politica e venne eletto deputato l’anno successivo. Fin dai primi interventi parlamentari si distinse per la capacità di possedere rigore argomentativo e al contempo competenza giuridica e ironia, attirando rapidamente l’attenzione dell’intera Camera.
La sua esperienza politica fu però segnata da una crescente violenza. Già prima dell’avvento del fascismo era stato attaccato dagli avversari, in quanto presunto « traditore di classe »: un proprietario terriero schieratosi dalla parte del socialismo.
Con la nascita e l’espansione del movimento fascista, le aggressioni divennero sempre più frequenti. Nel marzo del 1921 subì una brutale aggressione - fisica e molesta - di diverse ore a Castelguglielmo, la quale lo costrinse ad allontanarsi temporaneamente dal Polesine.
Nel frattempo, il quadro politico italiano stava rapidamente deteriorando. Dopo la scissione socialista a Livorno e la nascita del Partito Comunista d’Italia, le forze antifasciste apparivano profondamente divise.
Matteotti aderì al Partito Socialista Unitario, espressione dell’ala riformista guidata da Filippo Turati. Ne divenne segretario nel 1922.
La sua distanza dal fascismo era netta, quanto netta era la sua distanza dal comunismo rivoluzionario. Assiduo sostenitore delle istituzioni parlamentari e delle riforme democratiche, rifiutò infatti ogni ipotesi di alleanza che potesse mettere in discussione la centralità della democrazia rappresentativa.
Negli ultimi anni della sua vita denunciò instancabilmente le violenze squadriste e i metodi del nuovo regime.
Tale attività trovò espressione anche nel saggio Un anno di dominazione fascista (1923), una dettagliata raccolta di episodi di intimidazione, violenza e compressione delle libertà civili.
Fu però il 1924 a segnare il punto di non ritorno. Le elezioni politiche ad aprile di quell’anno si svolsero sotto la nuova legge Acerbo e in un clima caratterizzato da intimidazioni, aggressioni e pressioni sugli elettori.
Il 30 maggio 1924, durante una seduta della Camera dei deputati, Matteotti pronunciò quello che diventerà il suo discorso più celebre. Tra continue interruzioni, urla e insulti provenienti dai banchi della maggioranza, denunciò pubblicamente le violenze e le irregolarità che avevano sempre accompagnato la consultazione elettorale.
Ricordò, riguardo alle modalità di voto, che « nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso ».
Sottolineò: « Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti ».
E rivolgendosi all’Assemblea continuò: « Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità ».
In tal modo, chiese che le elezioni venissero sottoposte a un riesame parlamentare.
Ma la sua richiesta fu respinta.
E secondo una testimonianza divenuta celebre, terminato l’intervento avrebbe confidato ai compagni di partito:
«Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me».
Accanto alla denuncia delle violenze elettorali, Matteotti stava inoltre approfondendo una questione delicata: la convenzione stipulata tra il governo italiano e la compagnia petrolifera statunitense Sinclair Oil.
L’accordo concedeva alla società ampie possibilità di ricerca petrolifera sul territorio nazionale, suscitando forti perplessità per le condizioni favorevoli riconosciute all’azienda americana.
Matteotti sospettava, infatti, che dietro la concessione si celassero episodi di corruzione e favoritismi a beneficio di esponenti del regime.
Sebbene la vicenda Sinclair Oil nel movente dell’omicidio continui a essere oggetto di dibattito tra gli storici, questa contribuì ad accrescere la percezione di Matteotti come oppositore particolarmente pericoloso.
Dieci giorni dopo il discorso alla Camera, il 10 giugno 1924, Matteotti venne rapito sul Lungotevere Arnaldo da Brescia da cinque individui, guidati da Amerigo Dumini, appartenenti agli ambienti della cosiddetta “Ceka” fascista.
Caricato a forza su un’automobile mentre si dirigeva verso Montecitorio, fu ucciso durante il tragitto. Fu successivamente lasciato in una zona boschiva presso Riano.
Il corpo venne ritrovato soltanto il 16 agosto.
Dal punto di vista giuridico, il caso Matteotti rappresenta una delle vicende più significative della storia italiana del Novecento.
Le indagini iniziali si rivelarono sorprendentemente efficaci.
Grazie alla testimonianza di alcuni cittadini che avevano annotato il numero di targa dell’automobile, gli investigatori riuscirono rapidamente a individuare gli esecutori materiali del delitto.
Quando l’inchiesta iniziò a risalire verso figure più vicine ai vertici del regime, tuttavia, emersero i primi ostacoli.
In questo contesto assunse un ruolo centrale il magistrato Mauro Del Giudice.
Consapevole del rischio che l’istruttoria venisse sottratta a magistrati indipendenti, Del Giudice intervenne personalmente per mantenerne il controllo e garantire il regolare svolgimento delle indagini.
La sua azione rappresenta, ancora oggi, un importante esempio di difesa dell’autonomia della magistratura nei confronti del potere politico.
L’inchiesta mise in luce collegamenti che andavano ben oltre gli esecutori materiali.
Furono coinvolti personaggi di primo piano del fascismo come Giovanni Marinelli e Cesare Rossi, ed emersero riferimenti alla struttura clandestina nota come “Ceka”.
Progressivamente, però, l’attività investigativa incontrò depistaggi e interferenze che ne ridussero l’efficacia.
Lo stesso Del Giudice venne allontanato da Roma e successivamente costretto al pensionamento.
Anche il processo mostrò i limiti di un sistema istituzionale sempre più condizionato dal potere politico.
Il procedimento fu trasferito da Roma a Chieti, una scelta che molti contemporanei interpretarono come un tentativo di allontanare il dibattimento dal centro dell’attenzione pubblica.
Se da un lato la giustizia riuscì a condannare gli esecutori materiali dell’omicidio, dall’altro non arrivò mai ad accertare pienamente eventuali responsabilità politiche superiori. Le indagini avevano aperto una pista che conduceva verso i vertici del fascismo, ma il processo finì per concentrarsi, quasi esclusivamente, sui responsabili diretti del delitto.
Parallelamente si consumò il fallimento della risposta politica delle opposizioni.
Il 27 giugno 1924 i deputati antifascisti decisero di abbandonare il Parlamento, nella cosiddetta Secessione dell’Aventino, rifiutandosi di partecipare ai lavori parlamentari finché non fosse stata fatta chiarezza circa la scomparsa di Matteotti.
L’iniziativa si fondava sulla convinzione che il re Vittorio Emanuele III sarebbe intervenuto per revocare l’incarico a Mussolini, o per imporre una soluzione istituzionale alla crisi.
Ciò non avvenne.
L’assenza delle opposizioni finì per lasciare il Parlamento nelle mani della maggioranza fascista, mentre il sovrano rifiutò qualsiasi intervento. L’Aventino, concepito come strumento di pressione costituzionale, si rivelò dunque inefficace e contribuì invece a rafforzare la posizione del governo.
La crisi apertasi con l’assassinio di Matteotti trovò, per certi versi, il proprio epilogo il 3 gennaio 1925.
In quella data, Mussolini si assunse la responsabilità di quanto accaduto davanti alla Camera.
Pur senza ammettere una responsabilità materiale per l’omicidio, il capo del governo trasformò la propria posizione difensiva in un’affermazione di forza politica:
« Ebbene, io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea, ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che assumo (io solo!) la responsabilità (politica! morale! storica!) di tutto quanto è avvenuto ».
Il discorso segnò uno spartiacque nella storia italiana.
Non solo fornì finalmente « chiarezza » sulla vicenda Matteotti, ma rappresentò anche il momento in cui divenne ineludibile la fragilità dello Stato liberale.
Le istituzioni non erano riuscite a reagire efficacemente all’assassinio di un deputato dell’opposizione; le indagini erano state ostacolate; il processo non aveva chiarito tutte le responsabilità; le opposizioni non erano riuscite a ottenere una risposta dalle autorità costituzionali.
Ricordare Giacomo Matteotti significa allora ricordare qualcosa che va oltre la sua tragica fine.
Significa ricordare l’importanza della libertà politica, dell’indipendenza della magistratura, del controllo parlamentare sull’esecutivo e della difesa della legalità democratica.
Significa comprendere che la democrazia è, sempre, una conquista che richiede vigilanza, partecipazione e coraggio civile.
A più di cento anni dal 10 giugno 1924, l’eredità dell’Onorevole Matteotti deve quindi continuare a parlare.
Più di tutto, alle nuove generazioni.
Si tratta di un richiamo universale alla difesa delle istituzioni democratiche, ogni volta che esse vengono messe in discussione.
Così oggi, come per sempre.